Dietro il velo dell'integralismo

La donna senza sepoltura, il nuovo romanzo di Assia Djebar, da poco tradotto in Italia dal Saggiatore, porta in calce due date: Parigi, giugno 1981, e New York, settembre 2001. E' durata, dunque, vent'anni la gestazione di questo libro, di fiction ma dedicato a una bella figura femminile veramente esistita, Zoulikha, combattente nella guerra d'Algeria torturata ed uccisa nel 1957 dai soldati francesi. Con la stessa prosa flessuosa, arabescata e musicale con la quale ci ha restituito, in libri come Lontano da Medina, le donne dell'Islam delle origini, Djebar s'immerge insomma questa volta nel passato algerino più recente Di Zoulikha, d'altronde, si ricorderà chi abbia seguito già da tempo la sua opera: è, il suo, un nome che risuonava nella Nouba des femmes du mont Chenoua, l'audace film corale in bianco e nero col quale trentatreenne, nel 1979, questa scrittrice e regista nata nella città algerina di Cherchell (già Cesarea) vinse il Premio della Critica Internazionale alla Mostra del cinema di Venezia.

Ma, diciamolo, di quelle due date quella che più ci interroga, e ci comunica qualche brivido, è la seconda: New York, settembre 2001: Assia Djebar vive in questa città dall'agosto di quell'anno, grazie alla cattedra di letterature francofone di cui è stata insignita alla New York University. Quando c'è di casuale nel fatto che un romanzo-verità sull'Algeria degli anni Cinquanta, su un paese che sarebbe poi diventato una culla di integralismo islamico, sia stato concluso dopo vent'anni proprio lì, in quell'anno e nel mese marchiato da Al Qaeda?

Ground Zero ha avuto qualche influenza su questo romanzo? Ci racconti, Assia Djebar, il suo 11 settembre.

Quella mattina ero lì, a dieci minuti a piedi dalle Torri, chiusa nel mio appartamento, senza televisione. Avevo notato delle stranezze in casa, la stampante, che era spenta, si era rimessa automaticamente in moto. Sentivo delle sirene, ma ero tutta presa da questo mio romanzo, perché l'avevo appena finito e volevo stampare l'ultimo capitolo. E' stata la telefonata dalla Louisiana di un'amica, preoccupata per me, a farmi uscire per strada: tutto era già immobile, la metropolitana era ferma, all'università qualcuno aveva allestito dei primi soccorsi, su un tavolo c'era del cibo, ed era acceso uno schermo televisivo gigante. Lì ho capito l'importanza del dramma. Sono tornata a casa per telefonare a mia madre e a mia figlia, che vivono a Parigi. Poi sono tornata in strada dove, vagabondando, sono rimasta per dieci giorni. Avevo finito questo romanzo e, nel mese successivo, ho scritto un diario, New York, questo disastro oscuro. La mia prima impressione è stata che il dramma che avevo conosciuto in Algeria negli anni della violenza integralista fosse sotto i miei occhi in una versione più spettacolare. Nella nostra sola università, dove siamo quattromila professori e trentamila studenti, abbiamo contato sessanta morti. La cosa che più mi ha colpito, nei giorni successivi, sono state le fotografie dei dispersi appese dappertutto e, a partire dal quarto giorno, la disperazione dei parenti che capivano che non avrebbero più avuto indietro neppure i loro corpi. E' stato allora che ho deciso di chiamare il romanzo La donna senza sepoltura, cambiando il titolo originario, che era Gli uccelli del mosaico in omaggio alle tre donne-uccello di una pittura musiva d'epoca romana che compare in uno dei capitoli. Il titolo è una dedica a quei corpi dispersi. E a mio padre, del quale nel '95, in viaggio in Algeria, non riuscii a visitare la tomba, come scrivo a conclusione del romanzo.

“Quando sarò davvero di ritorno per inerpicarmi sulla strada che porta in cima a Cesarea? Là dove, sotto mille strati di tenebre, dorme ora mio padre, gli occhi aperti” ne suona appunto la frase conclusiva. Una frase apposta dopo vent'anni di gestazione: perché un tempo così lungo?

Nel 1975 ero in Algeria per i sopralluoghi per il mio film La Nouba des femmes du mont Chenoua e lì, in venti-trenta ore di colloquio con le donne dei villaggi delle montagne, avevo sentito parlare di questa donna la cui memoria sembrava diffusa dappertutto. Loro, le donne, mi dicevano: “Non conosci Zoulikha? E' la nostra eroina. Era lei che durante la guerra di liberazione teneva i rapporti tra città e montagna. Tu, che sei della città, dovresti conoscerla”. In realtà poi mi ero accorta che a tredici anni dall'Indipendenza in città il suo ricordo era un po' evaporato. Ma sapevo che a Cherchell c'erano ancora, vive, due sue figlie. Così sono tornata nella città della mia infanzia e, con sorpresa, ho scoperto che la casa di Zoulikha, dove abitava la sua figlia minore, era contigua alla vecchia casa di mio padre, divisa da essa appena da un muro. Dunque, Zoulikha non solo era l'eroina di quella mia città, ma era anche la vicina della mia famiglia. E' stato uno choc. Pure sua figlia l'ha capito subito se mi ha accolto dicendomi “Assia? Ti aspettavo da un pezzo”. C'era come un rimprovero in questo saluto: Lei, insegnante di francese, conosceva i miei libri, e mi chiedeva come mai fino allora non mi ero interessata della figura di sua madre. Le ho risposto: “Ora cominciamo a lavorare”. E il film è stato composto, poi, come un omaggio a Zoulikha, però solo sei minuti all'inizio raccontano esplicitamente la sua vita, mentre la camera inquadra dall'alto le terrazze della città. Era poco. Ma per fare un film “su” di lei avrei dovuto ingaggiare un'attrice, non è il tipo di cinema che m'interessa. Nell'81, dunque, ho cominciato a scrivere la sua storia, ma ho smesso per fare un altro film, sulle memorie del Maghreb, che doveva uscire nell'82 nel ventennale della nostra Indipendenza, e un libro, L'amour, la fantasia...

All'epoca lei si era appena trasferita a Parigi. E queste sono due opere che mettono a fuoco quella che sarà la sua poetica successiva.

Sì, la necessità, per noi arabi, di avere uno sguardo nostro sul nostro passato, e, per me, la necessità di raccontare la vita delle donne incrociando la Storia e la storia orale. Senza trascurare la proibizione che nell'islam pesa sul sesso femminile, ma senza il pietismo degli occidentali che s'interessano delle “povere, recluse donne musulmane”. Ma così, dall'83, mi sono immersa in un passato più lontano e ho finito per dimenticare di nuovo Zoulikha. Poi è cominciato il dramma degli amici intellettuali algerini assassinati di là dal Mediterraneo e, lì a Parigi, per anni ho scritto con febbre, ricorrendo alla scrittura come a un antidepressivo.

Insomma, la gestazione è lunga perché s'incrocia con vent'anni di vita sua e di vita del suo paese. Ed eccoci al 2001.

Cercavo nel mio armadio un racconto inedito per il mio editore francese, Albin Michel. E ho trovato quelle sessanta pagine scritte venti anni prima. Le ho lette, e ho capito che da vent'anni mi portavo dietro il rimprovero della figlia di Zoulikha. E, ricominciando a scrivere su di lei, ho capito anche quale tormento mi desse la sua figura: non volevo farne solo un'eroina, edificarle una statua. In fondo, nell'81 mi ero trasferita in Francia per interrogare da lontano, e davvero, il passato del mio paese. Mi chiedevo già allora: che bisogno c'è di fabbricare monumenti, e quanti di questi eroi della Liberazione, tuttora vivi, alla lunga si dimostreranno tali? Lei, per me, non era solo un'eroina dell'Indipendenza, era una donna di carne, di cuore, con dei figli, con diverse vite, una donna che col suo coraggio disturbava le altre donne me le spingeva ad agire.

Il 2002, quarantennale della vostra indipendenza, è stato l'anno in cui la Francia ha “scoperto” la propria brutalità passata, come potenza coloniale. Per lei, algerina vissuta in Francia, questo cosa ha significato?

Già da tempo c'erano storici francesi al lavoro su questo tema. La cosa strana è stata che la questione ha acquistato un rilievo mediatico non per qualche denuncia, ma grazie a un appello: una donna berbera, torturata durante la guerra di Liberazione, tramite Le Monde ha chiesto notizie del medico militare francese che, all'epoca l'aveva salvata dalla morte. Così i ventenni hanno scoperto cosa avevano fatto i loro nonni e i loro padri, Ma posso dire che noi algerini quelle cose le sapevamo da sempre.

Signora Djebar, lei è nota come scrittrice impegnata, sia in senso laico, sia in senso femminista. So che non ama domande del genere che definisce “sociologico”. Le chiedo lo stesso: la sua Zoulikha cosa dice alle donne dell'Islam integralista di oggi? La sua battaglia è analoga od opposta a quella delle musulmane che, in Palestina come in Cecenia, si trasformano in kamikaze nel nome di Allah?

E io le risponderò restando stretta alla storia di Zoulikha. Che andò a scuola, prima donna a farlo nell'Algeria degli anni Trenta. Che ebbe tre mariti, e ognuno se lo scelse da sola. Che era animata da una straordinaria passione politica, che la spinse a entrare in prima persona nel movimento di liberazione quando il terzo dei suoi mariti fu ucciso dai francesi. Che, laicamente, non portò il velo per decenni. E lo rimise quando capì che era necessario farlo. Ma che, sotto quel velo, restò identica a se stessa.

Sotto il velo, insomma, possono esserci donne molto diverse dallo stereotipo che abbiamo in mente noi occidentali?

Oh, i veli sono tanti: c'è quello algerino di un tempo, bianco e civettuolo, c'è la redingote un po' maschile alla marocchina, c'è il chador. Il velo accompagna, a volte, un cammino di emancipazione: lo indossavano le studentesse dei paesi musulmani che negli anni Ottanta e Novanta per la prima volta hanno cominciato a frequentare le università, mentre le loro madri avevano vissuto nella reclusione domestica. Poi, certo, c'è l'integralismo...Che è favorito da certi diktat dell'Occidente, che inonda i paesi arabi con le sue televisioni, le sue visioni mercificate del corpo femminile, e il suo turismo disinibito. Bisogna capire che le società del sud del Mediterraneo non possono piombare dritto nell'Occidente, e il velo può essere una mediazione.

Intervista di Maria Serena Palieri – L'UNITA' – 04/02/2003